Depeche Mode – Delta Machine

Che paura. Ogni volta che un nome colossale, uno di quelli dell’Olimpo rock, sforna un nuovo disco si teme sempre il peggio. Lester Bangs diceva che il r’n’r è dei giovani, ma c’è da dire che a lui i Depeche Mode non sarebbero mai andati troppo a genio. Perché? Semplice: la dedizione all’elettronica, le quantizzazioni, tutti gli intrecci matematici applicati al suono sarebbero risultati troppo freddi per un amante delle chitarre ruvide.

Delta Machine (Deluxe Version)
Depeche Mode
Genere: Alternative
Anno: 2013
Lo trovi su:itunesamazon
Il voto di Musickr
3.5
Il voto della community
Musickr 2013-03-23 7 10

Ma non è così: Delta Machine brucia, pur senza distorsioni, e loro, oltretutto, sono in giro ormai da più di trent’anni.

Una foga espressiva che non si è mai spenta, questo è subito chiaro. Anzi, rispetto ai due ultimi dischi che hanno preceduto questo pare che l’ardore si sia addirittura rinnovato. L’importante è lasciarsi alle spalle il fuorviante singolo Haven, lanciato in anteprima per depistare. Il resto è molto, ma molto, meglio, senza cercare il paradiso; quello può ancora attendere. 

Si parte con un basso che fa riecheggiare il dubstep e si comprende subito l’intento di continuare ad attingere alla gioventù, come moderni Peter Pan. Un tentativo di emulazione? Macché: tutto torna farsi corale, in maniera techno-eucaristica, dopo neppure un minuto e si svela l’audacia: ristabilire un ordine preciso tra i temerari e i loro figli indiretti. Del resto, a parte i pionieri di Detroit nessuno ha mai detto apertamente grazie ai Depeche, che moda passeggera non sono, anzi sono stati seminali. 

La differenza con i giovanotti dai bassi facili sono le Canzoni. Trame elettroniche nelle quali sembra risuonare tutto quello al quale siamo ormai abituati: un concetto di pop che passa per le moderne peculiarità dell’idm come del clubbing più smorzato. Un linguaggio che gli appartiene da sempre. Il carattere che attraversa questo fardello di citazioni è il loop: quello dei capostipiti. Cose già sentite, insomma, che diventano nuove e non si lasciano imprigionare nell’ennesimo esercizio di stile. 

In cinque parole: hanno ancora tanto da dire. La plusvalenza? Lo fanno come se fossero i nostri Gesù personali, con un’autorevolezza meritata che fa sembrare l’album familiare, senza però banalizzare nulla nella dozzinalità. E se un dieci alla carriera se lo sono meritati da una vita, un sette è già un risultato pazzesco, dopo tutti gli acciacchi e il prosciugarsi consueto delle idee in tempo di crisi. Non a caso bisogna essere folli a non adagiarsi sugli allori e godersi la banalità del mondo, guardandolo dall’alto in basso, scrutando tutto dalla vetta dell’Olimpo.

Eppure gli Dei sono ancora tra noi comuni mortali. Con il coraggio di ragazzini e la voce di uomini fatti. L’unico timore è che tornino a rincoglionirsi come tanti loro colleghi.

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