Addio a Claudio Rocchi, protagonista del rock italiano dei ’70

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Se n’è andato ieri sera a causa di una malattia degenerativa che aveva attaccato i suoi arti impedendogli di muoversi liberamente. Ma Claudio Rocchi non aveva per questo perso il buon umore e la serenità che lo hanno da sempre contraddistinto e ha continuato a lottare fino alla fine.

Aveva 62 anni, molti dei quali li ha trascorsi a comporre musica. Rock, sopratutto, ma di quello psichedelico, quello che si poteva ascoltare a Milano tra la fine degli anni’60 e l’inizio dei ’70, quando lui era il bassista degli Stormy Six.

Dopo questa prima esperienza Claudio Rocchi inizia un percorso musicale ed esperienziale solitario, che lo porta a pubblicare, già nel 1970, il suo primo lavoro da solita. Il titolo del disco è Viaggio, ed è un album interamente acustico che lo fece salire agli onori della critica.

L’anno dopo è la volta di Volo Magico n.1. E’ con questo disco che Claudio Rocchi ottiene consensi unanimi tra il pubblico grazie al particolare mix di sonorità psichedeliche e celestiali, testi di fine composizione e quel tocco di filosofia zen che lo ha da sempre contraddistinto.

Protagonista indiscusso dei festival del ‘proletariato giovanile’, come venivano chiamati allora, e della scena radiofonica, il suoi interesse per un lungo periodo della sua vita fu interessato dalla spiritualità indiana, tanto che divenne anche monaco indù.

All’inizio degli anni ’90 torna alla musica, pubblica altri album, recita in alcuni film e si dedica anche alla scrittura di poesie. Poi, la malattia, la protagonista della sua settima vita:

A fine 2011, mentre ero in promozione a Milano per il mio CD “In Alto” fatto con la Cramps, feci un’intervista per un quotidiano nazionale che titolava più o meno “Le cinque vite di Claudio Rocchi”. Era “Libero” o “il Giorno”? Non ricordo. Raccontavo di una vita da studente, una seconda da aspirante rock star, una terza da aspirante santo indù, una quarta da aspirante “normale” professionista tra broadcast, media e business immobiliare. La quinta era quella in cui rientravo allora, per una serie di benedette concorrenze tra Amore e Ispirazione, di musicista ritrovato con voglia di concerti ed energia per farli.

Poi arrivò la sesta. Una grave malattia degenerativa alle ossa mi faceva di fatto malato terminale pur continuando io di fatto, tra stampelle e bastoni, a fare finta di niente e guidare in su per mari e autostrade a fare i miei concerti.

Eccoci infine alla settima vita. La vivo da 20gg o poco più e tutto è successo in meno di 12 ore. Un crollo vertebrale ha determinato un’invasione del midollo spinale e di fatto ho perso l’uso delle gambe. Ho sentito risalire forte da dentro una risata incontenibile accompagnata dalla domanda: “Ma cazzo, non era sufficiente così? Pure paraplegico ora?

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