
Pare sia la volta buona. Sono dieci anni che il loro secondo disco è attesissimo.

Pare sia la volta buona. Sono dieci anni che il loro secondo disco è attesissimo.

Sarebbe stato uno spreco. Già, se il film di Cameron Crowe sui Pearl Jam fosse rimato nelle sale cinematografiche solo quel 20 settembre, come da progetto originario, sarebbe stato un peccato.

C’era da aspettarselo. Che Vasco Rossi sarebbe tornato era scritto.

Mettiamo una cosa in chiaro e lasciamocela subito alle spalle: tutta questa faccenda della J e dei 27 è decisamente pretenziosa.
Spesso, vuoi per cultura o per abitudine, siamo portati a pensare la vita in maniera geometrica: presi due punti, tracciamo una linea. Tuttavia, come l’Olocausto insegna, applicare il rigore matematico alla vita sociale potrebbe comportare certe difficoltà. Tant’è che stereotipi e razzismi nascono proprio con lo stesso metodo: prendi tre o quattro casi (su milioni che ce ne sono) e ne azzardi una regola.
Nel caso della Maledizione, la faccenda nasce più o meno tra il ’69 e il ’71, triennio in cui l’amore libero e la cultura delle droghe miete quattro tra le più famose vittime del rock (Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison): tutte di 27 anni, tutte con una J nel nome. Una volta nato lo stereotipo, la questione diventa semplice: tutto ciò che rientra in esso è una conferma alla regola, e poco importa se le casistiche contrarie siano parecchio numerose (non sono che semplici eccezioni). Se poi salta fuori che Amy Winehouse aveva un Jade nel suo nome completo, tanti saluti a tutti.
Sono quindi nate due correnti di pensiero: la Maledizione della J e il Club dei 27. Spiegare entrambe a questo punto è pressoché inutile. Ma come dicevamo prima, la faccenda è totalmente pretenziosa. E un mucchio di salme con la J nel nome è sicuramente un ottimo pretesto per ascoltare 10 capolavori.
Che ci piaccia o meno, bisogna ammettere che Amy Winehouse è stato un punto di riferimento per la musica nazionale e straniera di questi ultimi anni. Da Giusy Ferreri ad Adele, l’intero genere del soul è stato completamente rimodernato e rilanciato (con il pessimo nome di Jazz-pop, ma tant’è), incorrendo anche in quel pubblico che poco apprezza la black music. Ufficialmente Amy è morta durante l’assunzione di alcolici, ufficiosamente era sempre fatta come una pigna.
Nessuno li ha mai inseriti nella maledizione. Eppure sono due nomi con la J, e nondimeno sono morti. Il vocalist dei Clash ci ha lasciati con un infarto alla fine del 2002, e giusto pochi giorni fa gli è stata dedicata una piazza a Granada. Johnny invece è morto a 73 anni per diabete o forse per troppa dolcezza, visto che erano passati solo pochi mesi dalla dipartita della moglie, la tanto amata June. Eh sì, anche lei.
Brian Jones fu trovato annegato nella sua piscina, l’uso di droghe non fu mai del tutto confermato. Ma probabilmente non ce n’era nemmeno bisogno. Una vita turbolenta, sia dal punto di vista fisico che sentimentale, che stemperava solo con l’amore della musica: rischio di paternità a 17 anni, problemi disciplinari a scuola, furti sul lavoro per comprare strumenti musicali. Secondo Keith Richards fu lui a dare il nome Rollin’ Stones alla band. Eclettico come pochi, si può dire che con la sua morte sia stato il primo fondatore dei J27.

“Se ti ricordi degli anni 60, vuol dire che non c’eri”. Un vecchio motto, il cui significato lisergico è ormai scontato e desueto. Eppure, nonostante viviamo in un’epoca che ha imparato a idolatrare qualsiasi sostanza o stile di vita votati all’alterazione dei sensi, siamo felici di ricordare gli anni ’60. Erano gli anni delle contestazioni studentesche, di Martin Luther King, dello stile di vita hippie, del peace, del love e del passate ‘sta canna. Dei vari Monterey e Woodstock, delle voci e dei performer che siamo fieri di non aver dimenticato. Cantanti come Janis Joplin, la festeggiata di quest’oggi.
L’inizio di tutto, ma sarà meglio essere precisi. Janis era già in attività da qualche tempo, e insieme ai Big Brother And The Holding Company aveva girato la California per qualche mese. Ma è con questa esibizione che arriva la fama, quella vera: una canzone di Big Mama Thornton, suo mito di sempre, eseguita con rabbia, sensualità e tantissimo cuore. E’ l’inizio del mito.
Cheap Thrills, sempre suonato con i Big Brother, è uno di quegli album che non puoi scaricare da internet, né avere su cd. Il suo formato perfetto è il vinile, fosse solo per la cover del più grande fumettista underground di sempre: Robert Crumb. Summertime è il pezzo contemplativo per eccellenza, da ascoltare in stanza con luci basse, preferibilmente al crepuscolo.
Un classico di sempre. Uno di quelli conosciuti anche da chi ne sa poco di anni ’60 (pur non avendoli vissuti). Da un originale di Garnet Mimms and the Enchanters, la rivisitazione di Joplin solista rappresenta l’esegesi del rock misto al blues, con un pizzico di soul. Uno dei pezzi più imponenti del disco Pearl.

La matematica non è un’opinione? Ebbene 27 non è un multiplo di 70 e tantomeno di 100, eppure Janis Joplin vivrà per più di un altro secolo.
Avrebbe compiuto 70 anni il 19 gennaio di questo 2013. Si è fermata a poche primavere, entrando di corsa nel maledetto club dei 27. Di corsa, come Amy Winehouse, per citare l’ultima iscritta, o come Jim Morrison, che molti hanno paragonato al lato maschile della Joplin.

Una volta si parlava di “potere dal basso”, indicando così le scelte istituzionali prese direttamente dal popolo. Oggi le piazze sono virtuali, questo è palese, tant’è che in spagna, attraverso il web, i cittadini di Granada ottengono un piccolo e al contempo grande successo, intitolando una strada ad un eroe politico del rock.

Duri e puri. Infatti nelle logiche del business non ci cascano. Talib Kweli e Mos Def sono perle rare. Il loro album sotto la sigla Black Star è una pietra miliare dell’hip hop eppure non vogliono sentire parlare di tornare assieme.

Un po’ è colpa del pubblico di Vasco Rossi. Già, perché, a giudicare dal tour italiano dei Radiohead, pare che ormai siano un band per tamarri e popolino.

Il rap è machista. Non si può negare questo aspetto che, se non è connaturato alla cultura hip hop, ha sempre caratterizzato i testi e l’iconografia da videoclip del genere.

Qualcuno ci sperava, ma pare non ci sia nulla da fare: gli U2 non andranno in pensione.

L’annuncio della pubblicazione di un nuovo album gli Yeah Yeah Yeahs lo avevano già fatto qualche mese fa. Poi, per un po’, nessuno ha saputo più nulla fino a che il gruppo, con una certa meraviglia da parte dei fan, ha pubblicato in anteprima la copertina del loro nuovo album, annunciando, in contemporanea, anche la data ufficiale dell’uscita di Mosquito – questo è il titolo – prevista per il 16 di aprile 2013.
La notizia è stata accompagnata dal rilascio del teaser trailer dell’album, che potete vedere poco più sotto, e dalla pubblicazione di due performance dal vivo dei nuovi brani contenuti in Mosquito (anche questi potete trovarli più in basso).
Karen O ha detto che in questo album, a differenza del primo, ha avuto un approccio diverso nella scrittura dei pezzi, che prende la materia prima e la trasforma in caos e sogno, aggiungendo, qua e là, sonorità reggae e influenze psichedeliche.
Come per il primo lavoro It’s Blitz del 20069, anche Mosquito è stato prodotto da Nick Launay e da Dave Sitek dei Tv on the Radio. Un disco che, come dice Karen O, ha più basso che chitarra e che contiene delle canzoni molto più sconvolte rispetto alle precedenti tracce prodotte.
Ma a far parlare non è stato tanto il lato musica dell’album, ma la sua copertina. A detto di molti si tratta di una delle peggiori copertine mai fatte, e forse non hanno tutti i torti. Guardare per credere:

Creata dall’artista sud-coreano Shim Beomsik Shimbe, l’immagine sembra un incubo creato dagli animatori della Pixar. Un bambino con i capelli dritti e urlante che cerca di divincolarsi dalle lunghe e pelose zampe di una zanzara gigante con un’abbondante dose di slime verde.
In effetti non è molto bella… speriamo che l’album, invece, dati i presupposti, non sia della stessa pasta. Lo scopriremo tra qualche giorno, nel frattempo vi lasciamo al secondo pezzo inedito che gli Yeah Yeah Yeahs hanno regalato ai loro fan:

Come disse una volta Eugene Hutz, baffuto cantante dei Gogol Bordello, “dalle mie parti un uomo senza i baffi è come una donna con i baffi”. Un’osservazione di tutto rispetto, considerato il fatto che lo disse in un film girato da Madonna, in un periodo in cui la rete era otturata dalle immagini dei mustacchi di lei. Ma a rovinare l’immagine di Louise Veronica Ciccone non c’è solo della semplice peluria, come dimostrano decenni di scatti sbagliati, pessimi abbigliamenti, o espressioni facciali da dimenticare.

Per uno valido ce ne sono dieci che rovinano l’ambiente. D’altronde, succede sempre così quando un genere di nicchia balza agli onori della cronaca.
Il Rap Italiano della seconda ‘Golden Age’ (la prima è quella vissuta dai pionieri a cavallo degli anni novanta) è un fenomeno variegato. Fa tendenza, fa i numeri, fa scalpore ma suscita anche numerosi scandali. In media uno ogni due settimane.
Tutti si chiedono di chi è la colpa, ma nessuno vuole assumersela. Perché farlo, poi? Apparentemente le cose vanno a gonfie vele. Fabri Fibra collabora con Elisa e Neffa per il suo nuovo album in uscita, Marracash conduce gli Mtv Days, i Club Dogo fanno uno loro reality in tv, stimolando orde di ragazzini a vivere come loro. La tendenza, in poche parole, c’è e si percepisce.
Come se il tutto fosse una grande bolla. I problemi sono due: il primo riguarda alcuni personaggi ambigui che gravitano in questa grande bolla. Il secondo concerne il fatto che ogni bolla, prima o poi, scoppia.
E al rap italiano, ciò, è già capitato, proprio dopo la prima ‘golden age’. Ben diversa dalla seconda, intendiamoci. Se facessimo una classifica delle 10 peggiori canzoni di rap italiano ce ne accorgeremmo all’istante.
Già, perché questa è l’era delle Sara Tommasi che si svegliano un giorno e decidono di fare un album rap (facendosi aiutare peraltro da un nome storico dell’ambiente, quel Flycat che qualcuno ricorderà come rapper e come capostipite della primissima generazione di writer milanesi). A tal proposito, avete visto il video rap di Sara Tommasi?
Ma è anche l’era in cui Morgan parla ad X-Factor del rap, facendo nomi e cognomi, dimostrando di avere un po’ di confusione in termini di terminologia e di avere alcuni ‘buchi’ a livello culturale. Ascoltare per credere..
Come se non bastasse, è un periodo in cui regna il ‘tormentone’. Tutti cercano il tormentone, pochi salvaguardano la qualità. I tormentoni si sa, sono merce per i discount, ben confezionati fuori ma poco nutrienti dentro.
Merito (o demerito, dipende dalle prospettive) dei numeri e della possibilità di ‘guadagnare’ con questa musica?
Così, per forza di cose, la domanda sulla brutta piega che sta prendendo il rap italiano, andrebbe rivolta tanto agli ascoltatori quanto agli addetti ai lavori.
Il vero rap italiano non è e non può essere rappresentato da Sara Tommasi, né può farsi carico della pseudo-ignoranza in materia di Morgan per restare sulla cresta di un’onda che imbarca fenomeni da Youtube, veline e personaggi che si vantano di avere uno Zio d’America. Il vero rap italiano, insomma, dovrebbe e potrebbe fare a meno dei suoi sotto-generi di consumo.